Educare all’attesa

Essere genitori significa imparare a vivere in un mondo di controsensi senza per questo essere incoerenti. Uno degli esempi più eclatanti è il desiderio di vedere i propri figli gestire la noia, l’attesa in modo costruttivo e pacifico e al tempo stesso sentirsi ingiusti se lo si vede “fermo” a non fare e produrre qualcosa.

Sapere che il proprio bambino, soprattutto se si lavora o se non si è con lui, sia ingaggiato in qualsiasi tipo di attività “strutturata”, che sia uno sport, una visita ad un museo, un laboratorio, un gioco particolare o un compito specifico, risponde a due forti bisogni del genitore. Da una parte l’idea che il bambino faccia qualcosa fa sentire il genitore attento e presente perché capace di aver individuato per lui un passatempo di qualità. Dall’altra è uno strumento efficacissimo per sentire di avere il più possibile la situazione sotto controllo e non cadere nel tranello dello smarrimento che comporterebbe inevitabilmente il non sapere come quel tempo viene impegnato in sua assenza o, se si è con lui, del “pericolo” di come quei momenti vuoti si possano tramutare senza linee guida specifiche.

Se i bambini sono abituati a non fermarsi mai, se non attingendo da devices tecnologici, come possiamo pretendere che sappiano comportarsi in quei momenti in cui inevitabilmente bisogna attendere, quali il pediatra, la fermata dell’autobus, l’ordine al ristorante, il traffico in macchina? Come riuscire a stare in un tempo morto senza temere o essere sopraffatti da proteste strazianti?

La chiave sta nell’introdurre nella quotidianità dei momenti di vera e propria educazione all’attesa, che significa anche educare all’autocontrollo, al rispetto degli altri, alla comprensione dei bisogni altrui. E’ un dovere del genitore non anticipare possibili frustrazioni del bambino, ma aiutarlo a fronteggiarle, abituandolo a non potere avere tutto subito ascoltandolo e dandogli l’esempio.

Riorganizzare l’ambiente in cui lui vive, selezionando pochi oggetti e giochi, privilegiando la bellezza, la cura e la funzione del giocattolo stesso, permetterà al bambino di non percepirsi come possessore di tante cose, ma di “poche” a cui dare valore, su cui potersi concentrare e dando sfogo e voce alla propria creatività basandosi su stimoli circoscritti.

Richiedere al bambino di rispettare i turni di parola, di non interrompere se c’è già un dialogo avviato, gli concederà la possibilità di essere ascoltato con maggiore attenzione quando sarà il suo momento senza per questo essere escluso dalla situazione.

Prevedere dei momenti specifici in cui guardare la televisione o giocare con tablet/smartphone concederà al bambino di concepire la scansione della giornata, lo abituerà al rispetto delle regole e all’autoregolazione, evitandogli un continuo scontro con no.

Coinvolgere proprio figlio nella programmazione della giornata o nell’ideazione di un passatempo, lo aiuterà nell’abilità di problem solving e gli darà una posizione di protagonismo sulla gestione del proprio tempo indispensabile nell’acquisizione dell’autostima e nella formazione della propria personalità.

Infine, soprattutto nel presentarsi della situazioni critiche di attesa, attingere dal proprio retaggio d’infanzia, usare la fantasia e l’immaginazione, stare con e insieme al proprio figlio ponendolo allo stesso livello regalerà momenti di condivisione e relazione a costo zero.

 

L’importanza del giocare insieme

Provate a pensare quante volte i vostri figli vi chiedono di giocare insieme? E quante volte voi giocate davvero con loro?

Alle volte si pensa che il gioco sia puramente una questione ludica, spensierata e che appartenga solo al mondo infantile o al contrario che possa essere utilizzato come strumento educativo per insegnarli valori e abilità. Qualsiasi sia il significato che gli si attribuisce non bisogna dimenticarsi di quale risorsa il gioco possa essere in termini relazionali.

Il gioco, infatti, è il linguaggio elettivo che i bambini usano per entrare in relazione con l’altro e lo usano come strumento per scoprire se stessi, le proprie capacità, i propri limiti, le conseguenze di un’azione sull’altro, i propri e altrui sentimenti. Il gioco è terreno fertile per l’instaurarsi di un incontro e condivisione autentica, ma c’è bisogno che entrambi le parti siano realmente coinvolte.

Interessarsi a ciò che il bambino sta facendo, allo svolgimento delle sue azioni, alla modalità e allo scopo del gioco stesso, lo fa sentire una persona stimolante e attraente, capace di fare attività piene di valore, con l’effetto che si rafforza inevitabilmente la sua autostima.

Inoltre, il gioco è un modo che i genitori hanno per conoscere meglio i proprio figli, le loro preferenze, le loro abilità e il piacere di fare qualcosa di divertente e al tempo stesso impegnativo insieme crea automaticamente una forte complicità, rafforzando la relazione.

Scendere a compromessi, tollerare alcune scelte, sottostare a delle regole e/o modificarne altre, reagire positivamente sia ad una vittoria che ad una sconfitta è un’opportunità favolosa per osservare l’altro ed è una buona palestra sia per grandi che per i piccini per una vita in comunità.

Il gioco offre la possibilità di sperimentare e rivedere alcuni ruoli: genitori e bambini sono tendenzialmente allo stesso livello, ma possono anche essere gli adulti in una posizione di fragilità e debolezza facendosi vedere nelle loro imperfezioni, così come essere nei panni dell’altro e guardando (e rimandando) la realtà da punti di vista differenti.

Si pensa che il gioco sia una prerogativa dei bambini, ma in realtà è un bisogno di cui anche gli adulti non possono fare a meno pur se con altre caratteristiche e modalità, basti pensare al successo di alcuni videogiochi e di APP o alle partite di calcetto. Perché allora non ritagliarsi un momento in cui mettersi al livello del proprio figlio, scegliere un gioco che possa piacere ad entrambi e tornare bambini con loro? Il ruolo genitoriale e la credibilità non verranno messi a repentaglio, ma attraverso il gioco si

offrirà la possibilità di far vedere ai propri figli una parte di sé nuova.

Giocare si può fare in ogni luogo e in ogni momento, fermi in macchina, in movimento al parco, seduti sul tappeto di casa, senza la necessità che ci sia un pensiero strutturato o un’organizzazione capillare, l’importante è la volontà e l’assenza di distrazioni esterne.

 

 

(l’originale dell’articolo di Insieme di gennaio 2018)

Geoboard

La geoboard è una tavoletta di legno che serve per far familiarizzare i bambini con le forme geometriche nel momento in cui si seguono esempi strutturati (es. disegni di quadrati, triangoli) o per dare sfogo al pensiero creativo se il gioco è libero.

Crearla è facilissimo e la cosa divertente è che si può portare anche in viaggio se là si costruisce di dimensioni ridotte.

Basta avere un pezzo di legno, un punteruolo per fare dei buchi equidistanti, dei chiodi da avvitare lasciando un piccolo pezzo fuori e degli elastici con cui sbizzarrirai.

La geometria sarà più divertente 😉

Impronte di foglie

Conoscere la natura significa avere la possibilità di osservarla e relazionarsi con essa per poterne cogliere differenze e peculiarità.

Oggi lo abbiamo fatto “analizzando” le foglie per vederne la forma, la grandezza, le nervature in un modo particolare.

Ci siamo armati di  fogli bianchi un po’ spessi e di pastelli a cera e abbiamo raccolto foglie tra loro diverse (fico, rosmarino, erba, edera e altre).

Abbiamo inserito le foglie tra due fogli e poi abbiamo colorato il foglio con i pastelli a cera per vedere magicamente apparire le sagome e i dettagli delle foglie sottostanti.

Oltre la sorpresa di vedere apparire qualcosa sul foglio, è stato bello guardare come si caratterizza ciascuna foglia…da ripetere 😉

Ti sei divertito?

Ogni volta che rincontriamo o sentiamo i nostri figli dopo averli lasciati a qualcun altro, che sia la scuola, i nonni, la tata, gli poniamo la fatidica domanda “ti sei divertito?”.

A noi sembra più che legittimo porgli questo quesito, d’altronde siamo cresciuti con genitori che ogni volta che uscivamo di casa ci raccomandavano “divertiti e fai il bravo”, ma cosa realmente vogliamo sapere da loro?

Sincerarci che nostro figlio abbia appreso le buone maniere, abbia riso, scherzato e giocato senza problemi ci alleggerisce indubbiamente da una serie di massi emotivi difficili da tollerare soprattutto quando si è distanti proprio perché si è inermi.

Il divertimento che tanto auspichiamo che nostro figlio raggiunga, nasconde la nostra tendenza ad avere tutto e sempre sotto controllo, tendenza su cui forse vale la pena fermarsi a ragionare.

Abbiamo la pretesa di essere gli unici abili nel risolvere i momenti di crisi dei nostri bambini, gli unici a conoscere quali i punti su cui far leva per arginare un “dramma”, gli unici capaci di fargli tornare il sorriso dopo un pianto. Questo come potete immaginare è una pura illusione. E’ ovvio che siamo in grado di fare tutte queste cose probabilmente meglio e di sicuro più velocemente degli altri, ma se siamo convinti di essere gli unici a poterlo fare non facciamo altro che creare un disagio diffuso: inculchiamo in nostro figlio e in chi lo accudisce in nostra assenza un senso di sfiducia totale.

La figura che prenderà le nostre veci si sentirà talmente sotto pressione e così in tensione che avrà maggiori possibilità di incorrere in qualche errore e difficilmente si sentirà libera di esprimere le proprie strategie di problem solving o di accudimento che, invece, sono una risorsa senza eguali per nostro figlio, che dalla visione di modi diversi di approcciarsi alle cose potrà apprendere stimoli che arricchiranno lui e il suo bagaglio conoscitivo ed emotivo.

Questa nostra smania di controllo, inoltre, porterà nostro figlio con il tempo a convincersi di non avere gli strumenti e le potenzialità di tirarsi fuori da solo da un momento di difficoltà e penserà che noi non crediamo in lui e nella sua capacità di far fronte alle frustrazioni. Tutto ciò avrà inevitabilmente dei riflessi sulla sua autostima e sul nostro rapporto. Prima poi si accorgerà che anche noi siamo umani e abbiamo dei limiti.

Quando torniamo a casa e abbracciamo nostro figlio quindi, forse conviene chiedergli “come è andata oggi?” e ascoltare solo ciò che lui vorrà raccontarci, quello su cui vorrà porre enfasi e accettare che possa essersi annoiato, arrabbiato o che possa essersi sentito triste, in colpa o escluso, perché anche noi nell’arco di una giornata non ci divertiamo e basta.

 

Nebulosa

Edo si è appassionato allo spazio e al sistema solare già da un po’ di mesi e così ogni tanto tento di ingegnarmi e trovare idee di attività che possano fare al caso nostro.

Un giorno guardando i brillantini del barattolo della calma ondeggiare nell’acqua colorata, mi e’ smbrato di vedere un cielo stellato e così ho provato a vedere cosa sarebbe venuto fuori dall’unione di quest’ultimo con il cotone…et voila’ una nebulosa

Il processo di realizzazione è facilissimo:

– prendere un barattolo o una bottiglietta trasparente (io ho usato quella del frullato)

– riempire un terzo di acqua

– aggiungere un goccio di colorante alimentare e colla glitterata o brillantini

– chiudere e scuotere energicamente

– inserire del cotone finché non è totalmente inzuppato

– ripetere l’operazione cambiando colore del colorante.

I tempi sono velocissimi, l’entusiasmo è assicurato e si ha un ottimo punto di partenza per esplorare un pezzetto in più di cielo e del sistema solare.

 

Un regalo speciale:una maglietta da colorare

L’arrivo dell’estate coincide con la fine della scuola e l’inizio delle vacanze.

La “separazione” è un concetto adulto, anche se i bambini sono assolutamente esperti in merito e il saluto con i propri amici, l’idea di non vederli per un po’ di tempo può essere motivo di tristezza.

Un modo per far fronte a questo sentimento può essere quello di creare un legame “astratto” che abbia però una forma concreta così da potersi ricordare dei propri amici anche se lontani.

L’idea che vi propongo è di disegnare o colorare una maglietta per e/o con i propri amici. Come?

I passaggi sono semplicissimi. Servono:

– maglietta bianca (h&m, ovs o decathlon ne vendono a prezzi contenuti)

– pennarelli e/o tempere per tessuti (si trovano su Amazon, in colorificio o nei negozi fai da te come Brico)

– un cartone sottile

– la stampa del disegno che volete riprodurre.

Ora dovete decidere quale opzione preferite tra la creazione di una maglietta a tema libero o la riproduzione di un disegno da colorare.

Prendete una maglietta, inserite nel mezzo un pezzo di cartone sottile così da creare uno spessore ed evitare che il colore trapassi da una parte all’altra.

Se optate per il disegno libero, invitate il vostro bambino a pensare a qualcosa che possa piacere all’amico a cui vuole regalare la maglietta o qualcosa che fanno insieme e fateglielo disegnare tenendo ben teso il tessuto della maglietta.

Se non sapesse come farlo, stampategli un’immagine da cui possa trarre spunti per la riproduzione del soggetto.

Altrimenti potete, soprattutto se sono tanti i bambini, trovare un’immagine che piaccia trasversalmente a tutti, stamparla, ricalcarlo i bordi ed inserirla tra il cartone e la maglietta così da poter vedere e ripassare il contorno della sagoma agevolmente sulla maglietta. Il mio consiglio è di cercare immagini semplici con pochi dettagli.

Una volta ricalcata l’immagine si può organizzare una merenda in cui i bambini si ritrovano a colorare ciascuno la propria maglietta che poi porteranno via ed indosseranno durante le vacanze.

L’idea della maglietta si può usare anche per creare abiti ad hoc per giornate speciali, come compleanni, battesimi con le immagini preferite del festeggiato.

oppure può essere utilizzata come idea di regalo di fine anno per i bambini che finiscono un percorso scolastico.

 

chi ha paura del rischio?

È ormai provato che stare all’aria aperta e sperimentarsi con un ambiente naturale anche in contesti metropolitani contribuisce al benessere fisico e psicologico dei bambini. I parchi sono ambienti ricchi di stimoli perché forniscono opportunità di apprendimento ed esplorazione senza eguali, vengono messe in gioco le abilità manuali, fisiche, cognitive, relazionali ed emotive del bambino che così saprà percepirsi e definirsi in uno spazio diverso da quello a cui è abituato.

Ma i genitori sono così felici e tranquilli di ritornare in un ambiente meno protetto delle mura domestiche?

E’ una tendenza diffusissima, un istinto naturale, quello di costruire o ricercare situazioni e attività il meno pericolose possibili per i propri figli, ne sono testimonianza anche i parchi giochi che hanno una serie di elementi volti alla sicurezza (pavimentazione anti trauma, inclinazioni particolari, etc) tanto da diventare molto simili tra di loro e da essere percepiti come artificiali, prevedibili, banali e noiosi, perdendo spesso di appeal agli occhi dei bambini.

L’idea, infatti, che i propri piccoli possano farsi male, anche banalmente, è fonte di disagio e ansia per molti genitori, ma il rischio è una condizione inevitabile a cui mamma, papà e bambini devono abituarsi per il bene di tutti.

Come poter fare allora?

Evitare ai bambini di confrontarsi con qualsiasi situazione o oggetto potenzialmente pericoloso lo fa diventare in automatico inesauribile fonte d’interesse. Conviene, per cui, insegnare loro gli strumenti e le abilità che potrebbero tornargli utili in queste occasioni.

Stare in ambienti destrutturati e imprevedibili, come quelli naturali, con una certa frequenza e costanza è il primo passo per prendere confidenza con se stessi e con le proprie capacità e i propri limiti.

Non anticipare le azioni del bambino, non autocorreggerlo, non proporgli attività ma osservare come si muove senza intromissioni soprattutto di fronte a potenziali rischi non effettivamente pericolosi per la sua incolumità, diventa un’opportunità per lui di conoscersi, autoaffermarsi, distinguendo i pericoli reali da quelli immaginari, attuando strategie personali per superarli o mettersi in sicurezza.

Compito dei genitori è insegnare ai propri figli che nel mondo non esiste un solo tipo di pericolo, ma diversi gradi di rischio. Imparando a discriminarli, il bambino potrà approcciarsi con maggiore sicurezza con il mondo circostante, avere maggiore fiducia in se stesso e di conseguenza una migliore autostima.

Di fronte ad uno scivolo al parchetto, per cui, è più costruttivo insegnare al bambino come risalirlo al contrario piuttosto che vietarglielo, senza per questo venir meno al rispetto degli altri bambini cha avranno la priorità nell’usarlo nel verso giusto. Così come diventa poco utile per il bambino avere bretelle che gli evitino le cadute in fase di apprendimento nel camminare o proibirgli la possibilità di arrampicarsi su un albero sotto l’attenta vigilanza di un adulto e così via.

Non permettere ai bambini di esplorare e di mettersi alla prova non è un atto di protezione, ma la negazione di un’opportunità di crescita. Essere più audaci e spensierati potrebbe essere un vantaggio per tutti.

 

 

Ma sono veramente tutti amici?

Spesso si sentono fuori da scuola o al parchetto o negli spogliatoi frasi pronunciate dai genitori come “ti sei divertito con i tuoi amici?”, “ti sei fatto dei nuovi amici?”, “vai a giocare con il tuo nuovo amichetto”, “guarda c’è anche la tua amica che fa nuoto”. Amici, amici, amici.

Ma vi siete mai domandati quanto questo bisogno spasmodico di avere degli amici è dei genitori o dei bambini?

L’amicizia è un sentimento e un valore molto importante nella vita di ciascun individuo, un traguardo significativo, un rapporto pesato e ponderato, non concesso indistintamente a chiunque. Per quale motivo allora quando si è piccoli bisogna fare di tutta un’erba un fascio e chiamare qualsiasi bimbo si relazioni con il proprio figlio “amico”?

Di fondo c’è il grosso timore che i propri figli possano imbattersi e vivere emozioni giudicate come negative, quali la solitudine, l’esclusione, la frustrazione, ancor più enfatizzate da una società come la nostra dove le relazioni e interazioni vis a vis sono diventate sempre più una rarità.

Poi c’è il desiderio che il proprio figlio sia come tutti gli altri e che debba avere per forza il desiderio di socializzare e interagire con qualsiasi bambino, dimenticandosi che può avere delle simpatie e antipatie e/o difficoltà, fragilità, insicurezze proprie del suo carattere.

Infine, è sempre più diffusa la falsa credenza che utilizzare un bagaglio limitato di parole per comunicare con i propri figli (e per cui l’utilizzo indistinto della parola amicizia) possa facilitare la loro comprensione. Questa convinzione maschera la comodità implicita di non doversi imbattere in spiegazioni e sfumature troppo macchinose, impegnative e che rubano troppo tempo, che però sono essenziali per i bambini per arricchire il proprio bagaglio lessicale ed emotivo.

Se si ragiona sulla quantità di rapporti di amicizia che una persona ha da adulto, verrà facile comprendere che non è poi così necessario che i bambini considerino tutti amici. E allora conviene fare un po’ di sforzo e investire sulle distinzioni tra le parole “amico/a”, “conoscente”, “compagno/a”, “bambino/a” così che a lungo termine vostro figlio saprà ricercare e vivere con diverse intensità e coinvolgimento le relazioni che inevitabilmente popoleranno la sua vita, filtrando e dando pesi e significati differenti alle persone che incontrerà. Rendere il proprio figlio più consapevole di sé e degli altri sarà un regalo enorme che gli farete, anche se questo vorrà dire vederlo stare da solo al parco o giocare con pochi o desiderare passare del tempo con voi rispetto che con i coetanei.

 

(l’originale dell’articolo di Insieme del numero di novembre 2017)

il totoscommesse delle somiglianze

Dopo nove lunghi mesi di attese, di proiezioni, di sogni finalmente una mamma conosce il proprio bambino. Inizia ad osservarlo, a toccarlo, ad annusarlo, a conoscerlo e ad amarlo indipendentemente da come sia. Ma se si allarga il focus ci si accorgerà che lo scenario include altri soggetti: il papà, i nonni, gli amici, i parenti, il personale dell’ospedale. Tutti con occhi e sentimenti differenti…ed è lì che inizia l’inesorabile totoscommesse sulle somiglianze che non cesserà facilmente.

Ma cosa si cela dietro “è tutto la mamma”, “guarda ha fatto una smorfia che è proprio del papà”, “ha un neo che aveva anche il prozio di tua nonna”?

Nel primo periodo questa smania di trovare tratti in comune con le famiglie d’origine coincide con il bisogno di appartenenza.

Per i genitori è un modo di avvicinarsi al proprio bambino, trovando scorciatoie che gli permettano di includerlo mentalmente e velocemente nel proprio nucleo familiare e di avere una prova tangibile (e rassicurante) che il proprio DNA sia presente e manifesto.

Per gli altri parenti trovare somiglianze è come individuare un fil rouge intrafamiliare, diramazioni che raccontano di storie e aneddoti passati, un pezzetto di eredità genetica, e non solo, di cui il bambino si fa carico.

Bisogna porre anche delle altre attenzioni. Infatti se per alcuni il gioco di “indovina chi” può sembrare divertente, per un genitore, soprattutto per una mamma, il cui equilibrio ormonale, psicologico, emotivo e fisico non ha trovato ancora la sua dimensione può rivelarsi doloroso e devastante. Si potrebbe sentire tagliata fuori, non inclusa in una fase delicata e importante come quella iniziale dell’instaurare una relazione con il proprio piccolino.

Inoltre, il desiderio di individuare similarità può caricarsi di aspettative di comportamenti e temperamenti. Somiglianza può voler dire omogeneità, non peculiarità e soprattutto carico di responsabilità, attendersi che uno funzioni così.

Se sei tutta la mamma sarai inevitabilmente testarda, tenace, emotiva come lei e così la personalità del bambino potrà essere l’ombra di quella di qualcun altro, le sue azioni, le sue conquiste, le sue tappe saranno paragonate e assimilate a quelle di qualcun altro con il grande rischio di non vedere più il bambino nella sua unicità.

Per cui, quando un bambino è appena nato, prima di tentare di individuare a chi può assomigliare, mordetevi la lingua, aspettate un secondo e rispettate la mamma, il bambino e la loro relazione perché loro sono speciali nella loro unicità, che è irripetibile e non paragonabile a nessun’altra!