Chi ha paura del rischio?
L’idea che i propri piccoli possano farsi male è fonte di disagio e ansia per molti genitori, ma il rischio è una condizione inevitabile

È ormai provato che stare all’aria aperta e sperimentarsi con un ambiente naturale anche in contesti metropolitani contribuisce al benessere fisico e psicologico dei bambini. I parchi sono ambienti ricchi di stimoli perché forniscono opportunità di apprendimento ed esplorazione senza eguali, vengono messe in gioco le abilità manuali, fisiche, cognitive, relazionali ed emotive del bambino che così saprà percepirsi e definirsi in uno spazio diverso da quello a cui è abituato.

Ma i genitori sono così felici e tranquilli di ritornare in un ambiente meno protetto delle mura domestiche?

E’ una tendenza diffusissima, un istinto naturale, quello di costruire o ricercare situazioni e attività il meno pericolose possibili per i propri figli, ne sono testimonianza anche i parchi giochi che hanno una serie di elementi volti alla sicurezza (pavimentazione anti trauma, inclinazioni particolari, etc) tanto da diventare molto simili tra di loro e da essere percepiti come artificiali, prevedibili, banali e noiosi, perdendo spesso di appeal agli occhi dei bambini.

L’idea, infatti, che i propri piccoli possano farsi male, anche banalmente, è fonte di disagio e ansia per molti genitori, ma il rischio è una condizione inevitabile a cui mamma, papà e bambini devono abituarsi per il bene di tutti.

Come poter fare allora?

Evitare ai bambini di confrontarsi con qualsiasi situazione o oggetto potenzialmente pericoloso lo fa diventare in automatico inesauribile fonte d’interesse. Conviene, per cui, insegnare loro gli strumenti e le abilità che potrebbero tornargli utili in queste occasioni.

Stare in ambienti destrutturati e imprevedibili, come quelli naturali, con una certa frequenza e costanza è il primo passo per prendere confidenza con se stessi e con le proprie capacità e i propri limiti.

Non anticipare le azioni del bambino, non autocorreggerlo, non proporgli attività ma osservare come si muove senza intromissioni soprattutto di fronte a potenziali rischi non effettivamente pericolosi per la sua incolumità, diventa un’opportunità per lui di conoscersi, autoaffermarsi, distinguendo i pericoli reali da quelli immaginari, attuando strategie personali per superarli o mettersi in sicurezza.

Compito dei genitori è insegnare ai propri figli che nel mondo non esiste un solo tipo di pericolo, ma diversi gradi di rischio. Imparando a discriminarli, il bambino potrà approcciarsi con maggiore sicurezza con il mondo circostante, avere maggiore fiducia in se stesso e di conseguenza una migliore autostima.

Di fronte ad uno scivolo al parchetto, per cui, è più costruttivo insegnare al bambino come risalirlo al contrario piuttosto che vietarglielo, senza per questo venir meno al rispetto degli altri bambini cha avranno la priorità nell’usarlo nel verso giusto. Così come diventa poco utile per il bambino avere bretelle che gli evitino le cadute in fase di apprendimento nel camminare o proibirgli la possibilità di arrampicarsi su un albero sotto l’attenta vigilanza di un adulto e così via.

Non permettere ai bambini di esplorare e di mettersi alla prova non è un atto di protezione, ma la negazione di un’opportunità di crescita. Essere più audaci e spensierati potrebbe essere un vantaggio per tutti.

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