A scuola di emozioni

Da persona particolarmente emotiva, è da un po’ di tempo che sto canalizzando la mia attenzione professionale e materna verso il magico e affascinante mondo delle emozioni.

Quando ero piccola si diceva di me che fossi una bimba, una ragazzina e una ragazza molto sensibile e io come tale mi riconoscevo in questa definizione sentendomi spesso travolta anche fisicamente da emozioni intensissime, che spesso faticavo a gestire. Non ho mai smesso di buttarmi nelle cose con tutta me stessa, chi mi conosce sa che sono le emozioni in persona, non me le sono mai negate, non le ho mai represse, me le sono sempre legittimate, alle volte anche sbagliando nell’esprimerle in modo duro, diretto e senza filtri. Quando di rado fatico a comunicarle, ci pensa il mio corpo a farle emergere con la stessa intensità con cui lo fanno in altri momenti le mie parole e i miei atteggiamenti. Si vede se c’è qualcosa che mi turba, qualcosa che mi fa arrabbiare o infastidisce, se qualcosa mi rende triste o particolarmente felice e gioiosa, se è un periodo rilassato o calmo.

Se prima le vivevo e basta, grazie al mio percorso professionale e alla terapia personale, ho imparato a conoscerle, a riconoscerle, a comprenderne le sfumature e la varietà e piano piano a gestirle, anche se devo ammettere che con la rabbia fatico ancora, soprattutto quando supera una certa soglia, pur avendo fatto passi da gigante da che sono diventata mamma (e ho dovuto per forza di cose essere più tollerante).

Ogni momento della nostra vita è caratterizzato dalle emozioni, ma ogni volta che si presentano, soprattutto quelle più spiacevoli e faticose, la società ci vieta di manifestarle e ci consiglia di reprimerle o di superarle velocemente.

Le emozioni, però, sono tutte necessarie, non ve ne sono di sbagliate o di giuste, di brutte o di belle, sono delle “semplici” reazioni che ci guidano nel relazionarci con gli altri e il mondo circostante e qualcuna è più piacevole e facile da provare, qualcun’altra è più sgradevole e complicata da tollerare e gestire.

Quando pensiamo alle emozioni alle volte le temiamo perché pensiamo di poterne essere travolti e sopraffatti perché ci è stato sempre detto che sono qualcosa di viscerale, che arriva dalla pancia. Ecco questa è una semi verità.
Le emozioni sono così intense che spesso può sembrarci di non averne il controllo, ma anche se non sono tangibili, sono qualcosa di molto concreto, infatti, a riprova di questo, hanno delle manifestazioni corporee ben visibili agli altri e percepibili da noi stessi. Pensiamo a quanto la rabbia e la paura ci fanno accelerare il battito del cuore o aumentare la temperatura corporea tanto da diventare rossi e accaldati o quando ci compare un sorriso sul viso a fronte di una grande felicità. Le emozioni, anche se hanno effetti che spesso fatichiamo a gestire, sono frutto del nostro cervello, ovvero sono il prodotto dell’attivazione di diverse aree cerebrali e della produzione di diversi ormoni e/o neurotrasmettitori, che ci permettono così di relazionarci con il mondo e di decidere come comportarci di fronte ad una situazione.  Le emozioni, infatti, hanno un ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza: la paura ci protegge dalle minacce, la rabbia ci fa difendere il nostro territorio e ci permette di superare ostacoli, la gioia ci aiuta ad avere relazioni sociali e la tristezza il supporto altrui, la sorpresa ci sostiene nel valutare stimoli imprevisti e il disgusto ci allerta se c’è qualcosa di nocivo. 

Per questo nessuna emozione va repressa, bensì accettata per poter essere riconosciuta, conosciuta e gestita in modo funzionale al benessere nostro e altrui. 

Questo è un concetto fondamentale da interiorizzare soprattutto se si ha a che fare con bambini, perché proprio perché le emozioni risiedono nel cervello hanno una loro evoluzione, una loro “maturazione” ed è impensabile aspettarsi che dei bambini siano capaci, quanto gli adulti, di poter maneggiare in modo equilibrato ed efficace questo bagaglio così grande
Cerco di spiegarmi meglio. Il nostro cervello è strutturato in varie parti che per poter funzionare in modo sinergico devono essere integrate tra loro. La parte inferiore è quella dove risiedono il cervello rettiliano, che presiede funzioni corporee vitali come la fame, la respirazione, la circolazione, l’evacuazione, e il sistema limbico, dove si generano le emozioni. La parte superiore, la neurocorteccia, è deputata alla risoluzione dei problemi, al ragionamento, alla creatività e alla regolazione delle emozioni. Le due parti faticano a comunicare nei bambini perché il loro cervello è immaturo. La sua maturazione avviene dalla parte inferiore a quella superiore, che inizialmente è parzialmente sviluppata e che si completa verso i 25/30 anni, anche se grazie al fatto che il cervello è plastico si modificherà e plasmerà in continuazione grazie alle esperienze che si vivono e archiviano. 
Questo significa che nei primi anni di vita il bambino sarà sopraffatto dalle emozioni, saranno reazioni pure, non filtrate e per lui sarà impossibile gestirle e regolarle se non attraverso l’appoggio e la guida di un adulto, che avrà la funzione di eteroregolatore. 
Per non aver paura delle sue stesse grida, del suo dolore, delle sue pulsioni, il bambino ha bisogno di contare e appoggiarsi sulla presenza di un genitore. Quando il cervello sarà sviluppato (e inizia verso i 7/8 anni con la metacognizione, ovvero la capacità di usare il linguaggio per ragionare su se stessi) saprà dare un nome a ciò che sente e saprà esprimersi. 
Ma un genitore come può destreggiarsi in questo ruolo essendo a sua volta un generatore di emozioni? Il compito è meno difficile di quanto si pensi, ma bisogna allenarsi soprattutto se la parte superiore del proprio cervello non è stata così tanto stimolata in passato. 
Le regole da tenere a mente sono poche:  

1.    Accogliere l’emozione, mai reprimerla o banalizzarla, ascoltare, entrare in sintonia con il bambino

2.    Accettare e convalidare l’emozione verbalizzando e denominando ogni sensazione e passaggio
a.    Si accetta ciò che prova, non si tenta di fargli cambiare umore: frasi come “non è successo niente”, “non c’è bisogno di piangere” sono svalutanti e non dovrebbero essere mai dette..il bambino ha il diritto di sentirsi come si sente
b.    Rispecchiamento emotivo: “sembri arrabbiato”, “è successo anche a me”, “ti capisco” aiutano a sentirsi capiti e compresi
c.    Arricchimento del lessico emotivo: ampliare la terminologia per tradurre le sensazioni che sta provano, aiuterà grandi e piccini a dare pesi ed intensità alle emozioni. Es. la rabbia può essere anche fastidio, collera, ira. 


3.    Mantenere un contatto: soprattutto se il bambino è piccolo è necessario un contenimento fisico, certi che non ci faccia male per evitare di inculcargli il messaggio sbagliato di essere “cattivo” tanto da poter ferire l’altro.

Rispettare le emozioni dei bambini e le loro manifestazioni è un regalo prezioso che ogni genitore dovrebbe fare al proprio figlio: permette loro di prendere consapevolezza di sé, di conoscersi e di accettarsi.
Tutti nasciamo dotati della capacità di emozionarci, ma la competenza emotiva non è innata, bensì si acquisisce attraverso le esperienze e le relazioni. In una società come quella attuale dove le relazioni sono mediate costantemente da uno schermo e dove il contatto viene meno così come lo spettro emotivo altrui, è necessario che vi sia un’attenzione in più verso una buona educazione emotiva. 

Non ci resta fare altro che…emozionarci ;)

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