L’utilità della tristezza

Il vuoto e il dolore che la tristezza provoca spesso lascia inermi e privi di forze perché si accompagna alla perdita di qualcosa o qualcuno, seppur temporanea.

La tristezza alle volte lacera dentro. Si insinua nella testa, nei pensieri ed è difficile pensare a qualcosa di positivo.

La tristezza ci fa chiudere in noi stessi, ci isola al punto che alle volte diventa faticoso, se non impossibile, alzare la testa e lo sguardo.

La tristezza ci fa perdere interesse per ciò che ci sta attorno, ci rende anche inappetenti.

La tristezza mette in discussione..noi, le priorità, le azioni, i pensieri, le relazioni, gli impegni..ci affatica e toglie energie!

La tristezza è così intensa e straziante che spesso la si allontana, la si nega, la si reprime.

Con queste premesse come può un genitore permetterne l’accesso al proprio figlio, a cui augura solo il meglio? Sembra un paradosso, ma far sperimentare la tristezza è un atto d’amore enorme, anche se passa attraverso la sofferenza.

La tristezza, infatti, come tutte le emozioni è necessaria perché ha funzioni adattive, ovvero ci permette di sopravvivere: pensate ad un neonato che viene allontanato dalla propria madre..cosa fa? Si dispera, piange, è triste e solo grazie alla manifestazione del suo stato d’animo spesso riesce a ricondurla a sè.

La tristezza ha una enorme utilità nel migliorare la qualità della vita di ciascuno per diversi motivi:

  • consente di segnalare agli altri che abbiamo bisogno di loro, della loro vicinanza, del loro supporto: siamo esseri sociali anche se tendiamo a scordarcelo quando si tratta di sostenersi e aiutarsi;
  • agevola una riflessione sul proprio stato d’animo, sui propri meccanismi di funzionamento, sul proprio giudizio;
  • allena a trovare un senso alle cose, a comprendere il significato della causa-effetto degli eventi;
  • permette di sperimentare il problem solving, la capacità di trovare delle soluzioni a situazioni molto dolorose;
  • sollecita a cambiare, a trovare un equilibrio migliore per noi, a vedere la realtà con chiavi di lettura differenti;
  • ci aiuta ad empatizzare: sperimentando la sofferenza in prima persona, siamo più agevolati a comprendere lo stato d’animo dell’altro, a immedesimarsi in lui.

Vi ho dato sufficienti ragioni per permette a vostro figlio ( e a voi) di sperimentare la tristezza?
Come fare, però, per gestirla quando si presenta in tutta la sua intensità?

Innanzitutto, non minimizzarla o banalizzarla o sminuirla: evitate frasi come “ma non è niente”, “è inutile piangere”.

Piuttosto, mettetevi nei suoi panni, comprendete cosa realmente sta provando e rimandategli serenamente che renderebbe tristi anche voi se vi fosse successo una cosa simile, che è normale essere tristi, che succede a tutti.

Rassicurate il bambino che anche se sembra impossibile, la tristezza è transitoria: spiegategli che il picco passa, si lascia qualche strascico e alle volte si ripresenta, ma che ci permette di dare la giusta importanza alle cose. Fatelo con le parole, ma anche con carezze, abbracci, baci, incoraggiando le lacrime ad uscire per abbassare la tensione.

Infine, per quanto possibile, inserite la tristezza nella vostra quotidianità attraverso la lettura di qualche libro o albo, raccontate aneddoti che vi hanno reso malinconici così da ampliare e arricchire il lessico emotivo e non viverla come una sconosciuta. Non reprimetela quando “colpisce voi” perché il messaggio più efficace per veicolare le cose siamo noi genitori, il modello assoluto sulla correttezza di come vivere.

Non facciamoci incastrare dalla continua ricerca della felicità assoluta, è un’ambizione impossibile. Accogliamo, piuttosto, tutte le risposte emotive del nostro corpo e cervello: se esistono, una ragione ci sarà

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