Le avventure dal dentista

Edo si deve mettere l’apparecchio e così ogni settimana ci ritroviamo a dover andare dal dentista...normale penserete voi! peccato che i miei figli abbiano una madre ipocondriaca e in più psicologa che li ha abituati ad interrogarsi su tutto, ad esigere di essere ascoltati e di essere rispettati per quel che provano. Ecco gli ingredienti fatali per rendere ogni seduta dal dentista complicata quanto una ricerca interpersonale o una maratona, se non altro per la fatica emotiva e il sudore che comporta ogni visita. In più, si aggiunge che la politica dello studio non gradisce molto la presenza dei genitori all’interno delle singole stanze che poco confà con la mia posizione educativa di sostegno, accompagnamento e contatto continuo se richiesto dai miei figli, come ciliegina sulla torta.

Facciamo un passo alla volta..innanzitutto la seduta non ha mai inizio il giorno stesso, ma almeno due giorni prima Edo inizia a informare tutti su quando e cosa farà dal dentista come stratagemma per avvicinarsi al “problema”. Il giorno stesso mi inizia a chiedere se è necessario andare e sulla strada lo sguardo inizia a cambiare e percepisco la paura che si insinua. Arrivati in sala d’attesa mi chiede se gli faranno male e se posso entrare. Tento di spiegargli cosa accadrà per quanto mi è possibile non essendo del mestiere (ogni volta lo chiedo e me lo segno sul cellulare di fianco all’appuntamento). Avendoglielo già promesso, gli confermo che sarò al suo fianco, ma puntualmente l’assistente trova degli escamotage per ritardare il più possibile la mia entrata. La mia rabbia e frustrazione aumentano: ho sempre odiato che la mia libertà venisse lesa in qualche modo.
Edo entra con la paura che aumenta, la voce cambia e chiede insistentemente al personale cosa gli faranno, se proverà dolore e quanto durerà. Il panico è dietro l’angolo. Le assistenti e la dottoressa tengono duro e rimangono sulla loro posizione. Edo puntualmente crolla. Vengo chiamata per recuperare la situazione, facendo l’enorme sforzo di mozzicarmi la lingua nei confronti del team per esser stati così inflessibili e per non commentare uscite poco edificanti e pedagogiche di una delle assistenti, che oltretutto non si occupa mai di Edo ma che ha il desiderio di dire la sua. Io con l’aiuto della dottoressa tentiamo di spiegare a Edo tutti i passaggi senza mentire con un linguaggio adatto facendo paragoni con aneddoti di vita quotidiana. Edo piano piano rientra, provato e sudato. Io sono al suo fianco con un misto di emozioni.

Una seduta di 20 minuti è durata un’ora con uno sconvolgimento emotivo pazzesco.
Tutto questo si poteva evitare se si fosse fatto un ragionamento sul singolo e sulle sue caratteristiche. Vado a casa amareggiata dalla mancanza di sensibilità e di personalizzazione. Tento di capire come fare per la prossima volta.

La volta successiva arriva: Edo si lava i denti con me, attendiamo e arriva il fatidico momento in cui l’assistente lo recupera. “Vorrei entrare anche io” dico, ma lei rimane impassibile, si vede che ha ricevuto ordini “la chiamiamo noi quando è il momento”. Io mi impietrisco di fronte a tanta fermezza. Edo entra, chiede quando lo raggiungo, la dottoressa inizia a spiegargli cosa faranno scendendo nei minimi dettagli e anticipandogli cosa proverà. Questo approccio mi piace, ma a Edo manca la sicurezza di avermi al suo fianco. Questo mi da la forza di fare quello quello che di solito non faccio. Chiamo l’assistente e le dico che voglio entrare, che non voglio vanificare il lavoro fatto a casa, che non voglio tradire la fiducia di mio figlio, che voglio sostenerlo e che non ho intenzione che la seduta duri più del previsto perché mio figlio e’ stato scombussolato dalla situazione. La dottoressa mi fa entrare. Edo è rasserenato, ma comunque teso e impaurito. Gli prendo la mano, lo accarezzo sulla gamba. Sono lì per lui. “Edo se collabori, andiamo via velocemente” gli continuo a ripetere e aiuto la dottoressa a spiegare a Edo cosa le farà.

La seduta dura quanto deve durare, Edo non è sudato, era stressato ma non ha pianto e non ha superato la soglia della perdita di lucidità, io sono fiera di quanto fatto. Ora sono pronta per abbracciarlo, congratularmi con lui, andare in edicola a comprargli “ l’obolo”. Mi fermo e penso che sono stata brava ad impormi per me e per lui. Sono orgogliosa di me.

Mamme, per quanto possibile e vi è concesso, non tradite mai il vostro stile educativo e “imponetelo”: la relazione è vostra e di vostro figlio, di nessun altro.
Detto ciò, vediamo cosa accadrà al prossimo appuntamento.

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