Perché ringraziare il Coronavirus

Quando è scattata l’emergenza Coronavirus con a cascata tutte le restrizioni preventive mi sono sentita deprivata della mia libertà: ero nervosa, ero preoccupata, ero impaurita. Non sapere cosa sarebbe accaduto ha mandato in tilt tutto: si respirava un’atmosfera surreale. All’inizio tutti in preda al caos e al panico si sono mossi alla ricerca di provviste, mascherine e disinfettanti, poi il silenzio, la calma. Un po’ come quando nevica e tutto è ovattato, poche macchine in giro, persone ancor meno, rumori in sottofondo. Peccato che non ci fosse la neve, ma il panico. 

Tutto questo aveva un potere calamitante sulla mia ipocondria e mi sentivo tirare verso questo vortice a causa del bombardamento di informazioni, dei mille messaggi su whatsapp, delle notizie riportate su ogni testata giornalistica o banalmente sui social che descrivevano uno scenario da fine del mondo: ero anche io a cercare l’Amuchina gel con l’ansia che potesse finire pur avendone sempre una in borsa da tempi non sospetti; avevo introiettato tutti i comportamenti da adottare e i miei figli avevano già imparato come lavarsi le mani, come tossire, come starnutire (poco come buttare i fazzoletti, ma non si può avere tutto ).  Dall’altra non volevo cedere, ma tenere duro, mantenere la lucidità per scindere ciò che era possibile fare, da ciò che era sconsigliato, a ciò che era “pericoloso”. Il tutto, da genitore, con la responsabilità di avere quattro occhi puntati addosso a carpire il tuo stato d’animo per regolare il proprio.

Le prime 24 h ero tesa come una corda di violino e a stento la lucidità rimaneva salda, mi facevo domande su qualsiasi cosa: sul lavoro dimenticandomi che da libera professionista avevo già sperimentato sulla mia pelle l’inattività e la maternità (sia in termini di tempo che economici), sulla scuola dimenticandomi che propongo continuamente stimoli ai miei figli che spesso e involontariamente li “preparano” ad essere curiosi e recettivi;  sulla spesa dimenticandomi che alle prime avvisaglie avevo già provveduto ad ordinarla; sulla salute dei miei figli stando attenta a qualsiasi segnale dimenticandomi che i cambi di temperatura a cui siamo sottoposti avrebbero potuto incidere e così via. 

Poi ho deciso di cambiare prospettiva, di guardare le cose in maniera differente. 

Mi è tornata in mente la mia migliore amica, la mia “terza sorella”, colei che riesce a vedere negli enormi dolori degli insegnamenti, che riesce a trovare un significato anche quando tutto sembra non avere più alcun senso, che riesce ad individuare i lati positivi e la luce nei momenti più bui. È stato in quel preciso momento che ho deciso di attingere da ciò che applico costantemente in studio, di ascoltare quello che richiedo quotidianamente ai miei pazienti, ovvero chiavi di lettura differenti, alternative di prospettive, opportunità nei momenti difficili. Ho deciso che non stavo subendo una situazione, ma che mi sarei potuta concedere ritmi lenti, il non fare senza dovermi recriminare di essere sfaticata o pigra.

 

Per questo posso ringraziare di cuore il Coronavirus, quello che per 7 giorni mi ha fatto fermare, senza scuole, senza orari, senza impegni, senza “specchietti per le allodole” che mi spingessero a fare. 

Grazie perché hai fermato la produttività della mia città, che il sindaco giustamente tende a sottolineare come uno dei suoi più grandi valori, ma che implicitamente ti chiede di essere sempre performante, attivo, sempre sul pezzo. Non potevo fare: i musei, i laboratori, le manifestazioni erano tutti saltati e chiusi. 

Grazie perché mi hai dato la possibilità di non scegliere, il lusso di ascoltare e di non essere in prima linea, ma di adeguarmi alle indicazioni senza dovermi fare mille domande sulla correttezza delle mie azioni: tutto era scritto o deciso da qualcun altro.

Grazie perché mi hai concesso di capire come gli altri si sentono quando sei tu quello diverso, quello che potenzialmente potrebbe essere infettivo, quello da cui stare alla larga, quello verso cui essere diffidente. Milano pur essendo una città cosmopolita e multietnica si “vanta” ed è forte della sua posizione che alle volte risulta essere snob e superiore, per una volta l’etichetta l’abbiamo avuto addosso noi e ciò mi aiuterà ad essere ancor più tollerante di quanto non sia diventata con il tempo, a non giudicare ancor più di quanto non abbia imparato a farlo grazie al mio percorso di analisi e quello professionale. 

Grazie perché pur avendo dei figli con cui passare la giornata e un cane da portare a spasso, non eravamo vittime di orari e impegni, siamo stati tutti senza tempo, con momenti difficili di adeguamento.

Grazie perché hai permesso ai miei figli di comprendere che la paura non è così male (è l’emozione che io conosco e preferisco più di tutte), di convivere con lei in modo pacifico, senza che si tramutasse in panico, senza che venisse percepita come qualcosa da temere, ma che anzi è utile e funzionale per individuare la scelta migliore per “sopravvivere”.

Lo so che questo post può essere contestato e/o generare stupore, ma non vuole essere altro che una condivisione di un paio di occhiali diverso con cui vedere la realtà che inevitabilmente dobbiamo vivere: così come faccio in studio vi offro questa opportunità, senza definire se sia migliore o peggiore in termini assolutistici (non detengo la verità di nulla), ma magari può essere una nuova prospettiva che vi potrà aiutare a convivere meglio con questa condizione. 

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